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Life

Perdonare è meglio che punire: la filosofia del carcere di Halden in Norvegia

1 apr , 2015  

“Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni.” È uno degli aforismi più noti del buon Dostoevskij che di prigioni ne sapeva qualcosa: dalla prigionia dell’autorità paterna a quella vera, con una sentenza di morte commutata in lavori forzati in Siberia, nella fortezza di Omsk che con buona probabilità a tutto somigliava tranne a una Spa.

Cito Fedor per parlare di Halden Fengsel il carcere dell’omonimo comune, progettato dall’architetto Erik Møller, che più di tutto rappresenta lo spirito di un paese: la Norvegia.
Che i nordici fossero avanti, lo sapevamo già, ma questo luogo è l’emblema di un’ideale di umanità che tutti dovrebbero perseguire.

Un'opera di street art di Dolk sul muro di Halden

Un’opera di street art di Dolk sul muro di Halden.

Vi ricordate di Mr. Breivik? A lui è stato dato il massimo degli anni di pena che il sistema penitenziario norvegese possa concepire: 21, perché in sostanza: “better out than in” il che non significa “criminali a piede libero”, significa piuttosto credere nelle potenzialità dell’essere umano nella sua accezione più positiva, offrire un’alternativa di vita piuttosto che una punizione, per questo ai detenuti di Halden (architettonicamente concepito a misura d’uomo, immerso nella natura “nature is a rehabilitation thing now”) viene pressoché garantito un lavoro, una casa, una psicoterapia, un reinserimento (durante la detenzione è possibile accedere a un’istruzione, a corsi di cucina, di musica, di lingua, materie scientifiche e umanistiche): un obiettivo che se raggiunto fa una grande differenza nella vita del singolo e di conseguenza nella collettività, molto più di quanto possa fare il tasso di recidiva…

La stanza di un detenuto.

La stanza di un detenuto

Un luogo di ritiro e silenzio nel giardino di Halden.

Un luogo di ritiro e silenzio nel giardino di Halden.

Sala prove e studio di registrazione per chi vuole darsi alla musica.

Sala prove e studio di registrazione per chi vuole darsi alla musica.

Dentro Halden guardie e detenuti condividono spazi e momenti di ricreazione: un sistema di sicurezza “dinamico” basato sulla fiducia, sull’empatia e sull’importanza dell’esperienza nelle relazioni tra individui. “If you treat people badly, it’s a reflection on yourself” tanto che durante il training alle guardie viene spiegato loro che essere gentili, rivolgersi con umanità non è una cosa che devono ai detenuti ma a loro stessi, perché quello che avviene all’interno di Halden, si rifletterà nelle loro vite, nelle loro famiglie.

Compared with other prisons, “it’s quiet,” he said. “No fighting, no drugs, no problem,” he added. “You’re safe.”

Guardie e detenuti condividono gli stessi spazi.

Guardie e detenuti condividono gli stessi spazi

Sembra fantasia, letteratura, se pensiamo al sistema penitenziario Americano (che a quanto pare non spende, per i detenuti, meno di quanto si spenda in Norvegia) o a quello nostrano che non è nemmeno paragonabile. Eppure il metodo norvegese pare funzionare: in cinque anni (Halden è stato inaugurato il primo marzo del 2010) la cella di isolamento non è mai stata utilizzata e nessuno ha mai provato a fuggire.

“To anyone familiar with the American correctional system, Halden seems alien. Its modern, cheerful and well-­appointed facilities, the relative freedom of movement it offers, its quiet and peaceful atmosphere — these qualities are so out of sync with the forms of imprisonment found in the United States that you could be forgiven for doubting whether Halden is a prison at all. It is, of course, but it is also something more: the physical expression of an entire national philosophy about the relative merits of punishment and forgiveness.”

Tutto quello che dovete sapere sull’argomento l’ha raccontato magistralmente Jessica Benko su nytimes.com intitolato “The Radical Humaneness of Norway’s Halden Prison”. Buona lettura.

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"What makes you depressed? Seeing stupid people happy"



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